Sintetici appunti, di ritorno da Perugia, sui protagonisti del festival del giornalismo
- Magistrale: Piero Ottone. Non solo un grande giornalista, un grande uomo. Che difende l'obietività, l'attenzione al fatto, la necessità ci scrivere giornali 'che parlino anche a chi ha la terza elementare', l'inutilità di un Ordine che vincola l'accesso alla professione giornalistica. E che fa tutto questo dimostrando grande amore per il suo lavoro e orgoglio per ciò che ha fatto, ma senza mai guardare dall'alto in basso nè eccedere nell'autocelebrazione (di cui, in verità, avrebbe ben diritto. Quantomeno più di altri che la praticano con snervante costanza...)
- Sorprendente: Oliviero Bergamini. Sarà che io ero rimasta ancora alla sua versione TGR Lombardia, però mai mi sarei aspettata una tale maturità professionale e solidità di principi. Oltre ad una predisposizione al racconto e ad una dialettica coinvolgente ma mai retorica. Complimentoni!
-Deludente (ammesso e non concesso che si possa definire 'delusione' il constatare che una persona che si riteneva antipatica ed arrogante in realtà è esattamente come ce la si aspettava): Marco Travaglio. A parte la vocazione, che trovo molto fastidiosa e inopportuna per un giornalista, a fare comizi e arringare la folla, pecca fastidiosamente di disonestà intellettuale. Perché sebbene gli vada riconosciuto il merito di aver messo insieme un buon libro di denuncia sul cattivo comportamento della stampa italiana, sarebbe auspicabile da parte sua citare che prima di lui ha già riflettuto su alcune cose (ad esempio Andrea Purgatori sull'ipocrisia del concetto di missione di pace).
- Emozionante: David Randall (caporedattore Independent on Sunday). Per la passione e la fiducia nella 'missione' del giornalismo d'inchiesta e nell'importanza di dare spazio e attenzione a chi si batte per svolgerlo al meglio. E per la bellissima frase 'il giornalismo investigativo viene dal cuore; se lo senti dentro, vuol dire che puoi farlo'.
- Stimolanti: Mazen Kerbaj e Talal Krais, rispettivamente vignettista e giornalista libanesi. Che hanno raccontato un Libano amaro ma pieno di entusiasmo ed aspirazioni per il futuro, e soprattutto hanno dato a noi italiani provincialotti una grande lezione di apertura, pluralismo e attenzione all'altro (alla faccia degli ottusi stereotipi sul 'mondo arabo chiuso ed integralista')
- Da sostenere: Monica Maggioni. Per l'impegno e la dedizione, per la voglia disperata di un'informazione televisiva seria, efficace, di qualità, anche nei telegiornali, anche sulle questioni difficili come l'Iraq. Lo stereotipo dell'embedded incapace di dare informazioni attendibili distrutto da martellate di professionalità.
[Nb. La scelta di parlare di questi e non di altri, tipo Sposini o Ezio Mauro, non è casuale, ma vuole sottolineare la cosa che meno mi è piaciuta di questo festival: la gran differenza di affluenza tra le conferenze dei 'famosi' e quelle dei meno conosciuti. Perché l'incapacità di uscire dagli schemi è una brutta cosa per gli aspiranti giornalisti...]