Per essere una dark non basta mettersi un vestitino vintage che vorrebbe fare effetto retrò ma in realtà provoca solo effetti allucinanti (del tipo 'ho nascosto un ombrello aperto sotto la gonna' oppure 'mi hanno arrotolato in un'enorme tovaglia di pizzo').
Non basta una pettinatura improbabile ed asimmetrica che generalmente prevede pareti di testa rasata, nè una cascata di capelli sfibrati stratinti di nero che cadono sugli occhi stile madonna del petrolio (espressione gentilmente presa in prestito dalla mia mamma).
Non basta ricoprirsi di catene (con annessi anelli metallici, lucchetti, manette e quant'altro), borchie, teschi di ogni foggia e colore o altri accessori molto rock.
Per essere una dark non basta mantenere una pallore cadaverico, truccarsi da panda (altra espressione presa in prestito, stavolta da un personaggio che di darkettone vere o presunte ha una grande esperienza) e girare con lo sguardo imbronciato da artista incompresa/aspirante suicida.
Non basta indossare una maglietta dei Joy Division (soprattutto se la si accompagna con la faccia di chi non ha la minima idea di chi siano) o dei pantaloni di lattice modello Catwoman (che a parte il fatto che a nessuna staranno mai bene come a Michelle Pfeiffer tendono a somigliare paurosamente a sacchi della spazzatura arrotolati stretti stretti intorno alle gambe).
Non solo: non basta nemmeno vestirsi di nero.
E allora che cosa ci vuole per essere una dark? Non ne ho la minima idea. Non ho mai detto di esserlo. Io sono, come ho scritto qualche tempo fa in un'auto-presentazione, una ex-punk mai pentita. Però non ne posso più di questo mondo di poser, in cui la persona più vera è il mio amico Diego che confessa candidamente di essere sempre stato lo sfigato del primo banco.
Non basta una pettinatura improbabile ed asimmetrica che generalmente prevede pareti di testa rasata, nè una cascata di capelli sfibrati stratinti di nero che cadono sugli occhi stile madonna del petrolio (espressione gentilmente presa in prestito dalla mia mamma).
Non basta ricoprirsi di catene (con annessi anelli metallici, lucchetti, manette e quant'altro), borchie, teschi di ogni foggia e colore o altri accessori molto rock.
Per essere una dark non basta mantenere una pallore cadaverico, truccarsi da panda (altra espressione presa in prestito, stavolta da un personaggio che di darkettone vere o presunte ha una grande esperienza) e girare con lo sguardo imbronciato da artista incompresa/aspirante suicida.
Non basta indossare una maglietta dei Joy Division (soprattutto se la si accompagna con la faccia di chi non ha la minima idea di chi siano) o dei pantaloni di lattice modello Catwoman (che a parte il fatto che a nessuna staranno mai bene come a Michelle Pfeiffer tendono a somigliare paurosamente a sacchi della spazzatura arrotolati stretti stretti intorno alle gambe).
Non solo: non basta nemmeno vestirsi di nero.
E allora che cosa ci vuole per essere una dark? Non ne ho la minima idea. Non ho mai detto di esserlo. Io sono, come ho scritto qualche tempo fa in un'auto-presentazione, una ex-punk mai pentita. Però non ne posso più di questo mondo di poser, in cui la persona più vera è il mio amico Diego che confessa candidamente di essere sempre stato lo sfigato del primo banco.
ah sì…molte volte uno scroscio di pensieri iracondi e irrimediabilmente frustrati mi coglie nell’osservare coloro che oggi si definiscono “dark”… effettivamente mi fanno anche un pò ridere.
molti scambiano il satanismo (oohh…brividi di terrore) con la decadenza, il vestirsi di nero e l’ASSUMERE atteggiamenti da poveri adolescenti depressoidi con l’anticoformismo dell’inadatto…
e io mi sento ancora più ridicolo,io che sono agnostico e che vesto si verde e che sono malinconico e INETTO per natura… nemmeno io sono dark… ma quale tedio, quale nausea ormai mi danno le definizioni dei vari “tipi” dell’essere… sono solo sicuro di una cosa:c’è chi può e chi non può,ed io, dark,punk,grunger o metallaro,non posso…