Tutti abbiamo dei modelli, dei miti professionali di cui ammiriamo il lavoro, lo stile, lo spessore umano.
Il mio è Riszard Kapuscinski, probabilmente il più grande reporter del secolo scorso. Viaggiatore instancabile, ottimo osservatore e narratore appassionato, ma soprattutto grande uomo, costantemente mosso dall'idea che non si possa fare quello che chiamava 'il buon giornalismo' stando chiusi negli alberghi per occidentali o facendo gli embedded nelle mani di questo o quell'esercito. Guidato da quest'idea, ha vissuto e raccontato guerre e rivoluzioni in Africa, Sudamerica e Unione Sovietica, consultando le strade e le loro voci invece dei comunicati stampa, ascoltando racconti e opinioni di soldati, contadini e ragazzi piuttosto che andare ad intervistare politici e potenti di turno.
Oggi che Kapuscinski se n'è andato, scrivo questo messaggio per dirgli grazie. Grazie per tutto quello che ha insegnato a quelli come me, che vogliono fare giornalismo soprattutto per aiutare le persone a conoscere e capire il mondo. So già che non ci saranno spazi di ricordo sulle prime pagine, o lunghi servizi strappalacrime ai telegiornali, e so anche che ormai tanti, troppi (ahimè anche tra gli 'scienziati della comunicazione' come me) non sanno nemmeno chi sia, ma non importa. Lui ha sempre parlato per quelli che volevano sapere, riflettere, farsi delle domande, e loro di certo non dimenticheranno facilmente il suo messaggio…
"Il vero giornalismo è quello intenzionale, vale a dire quello che si dà uno scopo e che mira a produrre una qualche forma di cambiamento".