In questi giorni sto lavorando ad un articolo su Como. Ovviamente, si tratta di brutte notizie: si parla di una città grigia, asettica, senza cuore e senza memoria. Che non vede al di là, più che del proprio naso, delle proprie tasche. E dove a finire male, e ad essere pian piano dimenticati, sono sempre i 'diversi': nel colore, nelle scelte, nei vestiti, nelle abitudini... Non conta in cosa, basta che si scostino un filo dal giovane tipo della compagnia tipo che va nei posti tipo e fa le cose tipo. Però, per fortuna, si parla anche di qualcosina di buono. Di qualche semino che, in mezzo a tanto piatto cemento, ha messo radici e ora prova, piano piano, a buttar fuori un germoglio, una foglia, un fiore di tarda primavera.
Insomma, la città che ritrovo non è tanto diversa da quella che ho lasciato, e in fondo non si può nemmeno dire che ne senta molto la mancanza. Però raccontando questa storia mi è salita come un po' di nostalgia, un ricordo malinconico di quando in questi problemi c'ero (o meglio c'eravamo) dentro fino al collo, e avev(am)o chissà come l'idea un po' utopica di poter cambiare qualcosa. E mi torna in mente una cosa che mi disse un caro amico mentro gli spiegavo perché volevo partire: "Ti capisco, ma se tutti voi che ci potete fare qualcosa ve ne andate qui non c'è speranza...". Frase che finora mi aveva sempre causato grossi sensi di colpa, ogni volta che rispuntava tra un pensiero e l'altro, ma a cui finalmente ho capito come controbattere:
"Caro Amico, guarda bene dietro le tue spalle, in quello strano mormorio che fruscia tra ombre e smog. Per quanto fisicamente lontani, noi siamo sempre lì. Controlliamo cosa succede, e sappiamo quando è il momento di farci sentire"
Pe me, quel momento è adesso.