Riflessione identitarie: sul consumo critico

Questo fine settimana, tra uno strano servizio giornalistico sui vestiti made in Bangladesh e un meraviglioso Lindor in formato widescreen, mi sono trovata a riflettere su quanto sia difficile fare il consumatore etico (o critico, o consumerista, o comunque lo si voglia chiamare).
Punto primo: il risparmio energetico. Attenzione, non bastano le cautele tradizionali, tipo spegnere la luce quando si esce da una stanza o chiudere l'acqua mentre ci si spazzolano i denti, c'è molto di più: preferire le lampadine a risparmio energetico, usare l'acqua fredda per sciacquare i piatti, fare la lavatrice alla minima temperatura necessaria, spegnere lo stand-by della tv (la più fastidiosa, soprattutto d'inverno alle 2 di notte) e così via.
Punto secondo: le cautele alimentari. Si comincia con le cose classiche, tipo il boicottaggio della cocacola, di mc donald's, della kellogs, della nestlé (che tra l'altro è particolarmente arduo, perché occorre stare attenti alle diecimila marche controllate, motta perugina aftereight marepronto buitoni acquavera maggi friskies perrier…). Per le altre marche, la decisione viene volta per volta e non di rado con criteri arbitrari: la barilla no, giovanni rana sì, la parmalat assolutamente no, la granarolo probabilmente sì. Si anche alla pasta voiello, al parmacotto e ai biscotti galbusera, no al succo del monte, alle sottilette kraft e al caffé splendid. Insomma, un complicato algoritmo di coscienza, in cui non possono essere trascurate le variabili economiche, logistiche e saporistiche.
Punto terzo: gli altri generi merceologici. Ecco, qui diventa davvero difficile. Il rapporto cattivi sicuri/giudizi sospesi si sbilancia paurosamente dalla parte dei secondi. Gli unici punti fermi – da evitare ovviamente – sono le marche sportive USA (nike, champion, reebok) e la benetton che ruba terre agli indios mapuche, i giornali di destra in modo più o meno aperto e tutto ciò che è troppo schifosamente (filo)cattolico. Per il resto, va a sensibilità individuale.
Ecco, ora dovrebbe essere tutto. Sopravvivere con tutte queste paranoie equeesolidali, non c'è dubbio, è una fatica non da poco. Devo ammettere, però, che non credo farei cambio con uno spirito sanamente menefreghista.
Preferisco resistere…

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One Response to Riflessione identitarie: sul consumo critico

  1. voiello says:

    Guarda che Voiello è di Barilla dal 1973.
    La sede è a Parma e Napoli la vede col binocolo.

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